Con Free Fall, Summer Tales, Edoquarto firma il suo primo EP, segnando un passaggio importante dal ruolo di producer a quello di artista completo. Un progetto essenziale e profondamente personale, scritto, registrato e prodotto in totale indipendenza, che abbraccia una dimensione sonora minimale tra R&B, sperimentazione e scrittura intima.
Tra arrangiamenti ridotti all’osso e una ricerca che valorizza imperfezione e immediatezza, l’EP si presenta come un racconto emotivo sviluppato nel tempo, sospeso tra chiusura e nuovo inizio.
In questa intervista, Edoquarto ci racconta la genesi del progetto, il suo percorso e la visione che attraversa questo primo capitolo.

1. Free Fall, Summer Tales nasce come un progetto molto essenziale, quasi “da demo”: quanto è stata una scelta consapevole lasciare imperfezioni e immediatezza nel suono?
il suono un po ruvido è proprio una parte fondamentale dell’estetica di questo progetto, creare un affiancamento tra gli arrangiamenti “teneri” contro la scarnezza dell’idea in sè. mi sono concentrato sul preservare un sentimento che mi sentivo venire fuori al momento della scrittura piuttosto che cercare di produrre o over-produrre i brani rischiando di sciuparli dall’idea originale. quando mi ritrovo ad ascoltare una canzone in loop ed emozionarmi so che ho trovato un bilanciamento, un po’ come appoggiare due carte una contro l’altra e non farle cadere.
2. Dopo anni come producer e sound engineer, qui ti presenti anche come vocalist: cosa ti ha spinto a mettere la tua voce così al centro?
è nato un po’ tutto a caso, nel senso che un giorno ho provato a scrivere una canzone e piano piano sono diventate una ventina. ho sempre avuto il pallino di esprimermi anche cantando ma non mi sentivo mai pronto. tuttora forse non mi sento pronto, ci sono tanti generi musicali che mi ispirano e altrettante sfumature e sfaccettature per esprimere un concetto in maniera artistica. Però ad un certo punto ci sta affidarsi ad una intuizione e seguirla, quindi ho deciso di pubblicare un brano e poi più di uno.
3. Il disco è stato scritto nell’arco di due anni: guardandolo oggi, cosa rappresenta per te questo capitolo?
scrivere una canzone è un po come racchiudere qualcosa o un periodo in una parentesi. per me è quasi come una fotografia. un po’ come quando ascolti un disco in ripetizione e quando lo riascolti dopo un po’ ti ricordi di quei momenti in cui l’avevi consumato e ti fa rivivere delle scie di ricordi. per me è uguale perchè in primis sono io stesso ad ascoltare la mia musica.
4. Nei brani ritorna spesso un senso di solitudine, relazioni instabili e ricerca personale: quanto è autobiografico questo racconto?
in questo disco c’è stata molta rappresentazione della solitudine e ricerca personale di sicuro e specialmente il sentimento di malinconia che è un velo su tutto il progetto. i racconti nei testi sono quasi dei sogni lucidi di situazioni in cui mi sono trovato o romanzamenti di storie che sono trapelate nel linguaggio musicale. quindi di sicuro c’è dell’autobiografia.
5. Il tuo percorso passa da Kampala, Berlino e Milano: in che modo questi luoghi hanno influenzato il tuo modo di fare musica oggi?
più che luoghi geografici sono stati stati mentali diversi, ognuno con un impatto molto concreto sul mio modo di vivere. Kampala mi ha insegnato l’istinto e l’immediatezza: fare musica viva, senza blocchi. Berlino mi ha dato libertà nella ricerca e nel minimalismo, imparando soprattutto a togliere. Milano mi ha reso pragmatico, mi ha insegnato a trasformare le idee in qualcosa di concreto.